C’è davvero spazio per un mercato del software nell’ecosistema GNU/Linux?

Il rilascio in questi giorni di Wine 1.0 e Crossover 7 ha riacceso, come spesso accade quando si parla di emulatori, discorsi mai veramente sopiti.
Perchè GNU/Linux ha bisogno di software windows o rispettivamente, perchè nessuno crea del buon software commerciale per GNU/Linux? La comunità GNU/Linux sarebbe davvero disposta ad acquistare software proprietario quando disporrebbe di buone alternative free? Queste domande risollevano inoltre profonde discussioni di carattere etico: potrebbe GNU/Linux rimanere fedele a sè stesso e alla filosofia che l’ha inventato accettando di aprirsi ad un mercato anche proprietario del software?

A questo tipo di domande, si sa, non esistono risposte definitive. Tuttavia per quanto mi concerne mi sono fatto qualche personalissima idea, che tuttavia rimane personale senza nessunissima presunzione di aver ragione sull’opinione di altri.
Per quanto mi riguarda si tratta di una questione di obiettivi. Da una parte è buona cosa che il software libero rimanga libero e che GNU/Linux rimanga effettivamente “diverso” perchè ispirato da valori “diversi” rispetto a quelli di altri sistemi operativi. In quest’ottica trovo ottima la prospettiva di un sistema operativo sviluppato dalla comunità, unica vera garante dell’equità e della tutela dei diritti degli utenti.
Al contempo però mi rendo conto che gli utenti hanno bisogno di lavorare con i propri computer e in quest’ottica la creazione di versioni per GNU/Linux di software ormai “standard di mercato” è desiderabile, se non altro per trasformare questo nostro sistema operativo in un ambiente adatto ad un uso anche professionale del mezzo informatico. Intendiamoci, non sto dicendo che il software libero già presente nella maggior parte delle distribuzioni linux non sia di qualità, il problema “reale” è che pur essendo “di qualità” molto spesso richiede un tempo addizionale per l’apprendimento, e nella maggior parte dei casi richiede da parte dell’utenza una revisione parziale o totale del proprio modo di lavorare. In altri casi va poi detto che il software libero alternativo alle applicazioni comemrciali più conosciute, non raggiunge ancora gli stessi livelli di qualità rispetto alle controparti certamente più “vissute”.
Quindi si, io credo personalmente che l’esistenza di prodotti di terze parti in grado di funzionare nativamente su GNU/Linux sia molto importante, anche se per questo non credo che GNU/Linux debba svendere i propri valori fondanti. Il progetto di creare un sistema operativo completamente libero non deve secondo me vietare ad agenti commerciali di poter creare del buon software per questa piattaforma e di ottenere dei benefici dal commercio di prodotti software (anche proprietarie).

Ma come conciliare gli interessi del mercato con gli interessi del software libero? La concorrenza di prodotti gratuiti e totalmente “free” non potrebbe ostacolare l’avanzata dei prodotti commerciali in ambiente GNU/Linux? Beh secondo me l’esistenza di prodotti “free” di buona qualità è certamente una barriera all’entrata per produttori commerciali. Questo però non significa che non possa esserci spazio per una competizione. È chiaro che prodotti feccia che offrono le stesse funzionalità e minore integrazione rispetto alle controparti libere avranno una vita molto dura all’interno del mercato di GNU/Linux. Tuttavia, io credo che applicazioni “di spessore” come  (mi ripeto) Adobe CS, giochi spettacolari o  applicazioni in uso nel mondo aziendale possano comunque avere un mercato, proprio perchê sono in grado di offrire oggi qualcosa di più e perchè si tratta di programmi affermati sul mercato, che i professionisti imparano ad usare negli istituti di formazione e a cui non sono disposti a rinunciare facilmente. Se GNU/Linux diventasse un sistema operativo “alla pari”, in grado di far girare software “standard” come MacOS e Windows, potrebbe in breve tempo ottenere un maggior numero di utenti.
Ma che beneficio c’è nell’aumentare il proprio numero di utenti? La risposta è molto semplice. Aumentando gli utenti che usano sofware commerciale su GNU/Linux aumenterebbero conseguentemente anche gli utenti che usano un gran numero di alternative libere per altri lavori. Ad esempio un grafico potrebbe voler usare Photoshop o Illustrator in GNU/Linux ma poi magari utilizzare ekiga per le videoconferenze, OpenOffice.org per scrivere documenti, brasero per masterizzare dei CD e Firefox per navigare. Questo significherebbe che al costo di un utente in meno per gimp e inkscape, potremmo avere un  utente in più per molti altri software liberi già presenti nelle distribuzioni. Più utenti = crescita della comunità = più partecipazione = migliori risultati = salute del software libero.
Non dimentichiamo poi i benefici intrenseci nell’innestamento di questo circolo virtuoso: maggiore massa critica = maggiore attrattività del mercato GNU/Linux = maggiore  hardware / software compatibile con GNU/Linux =  più aziende interessate e coinvolte nello sviluppo del “cuore” aperto di GNU/Linux.
Ma aspettate, questo mio delirio non è ancora terminato ;)

Io credo che GNU/Linux potrebbe davvero ridisegnare le regole di una relazione più corretta tra produttori e consumatori. L’esistenza di una forte concorrenza tra software commerciale e software libero (e gratuito) porterebbe inevitabilmente ad un abbassamento dei costi e ad un innalzamento della qualità dei prodotti sia liberi che proprietari, allo stesso tempo diventerebbe giustificabile una “condanna” alla pirateria. Non sarebbe davvero piu accettabile piratare software anzichè usare le alternative… certo però che i prezzi dovrebbero venir adeguati! Il software proprietario potrebbe inoltre godere di sistemi già esistenti per l’aggiornamento dei propri prodotti o partecipare allo sviluppo o al miglioramento dei sistemi gia esistenti in GNU/Linux. Ovviamente gli utenti avrebbero il potere di “ribellarsi” in caso di comportamenti scorretti da parte dei produttori software. Non assisteremmo più ai “magna magna” dietro le quinte tra produttori software e lobby (qualcuno ha parlato di Windows Vista?) e potremmo sempre scegliere di cambiare distribuzione qualora la “Novell di turno” decidesse di adottare comportamenti discutibili.

Insomma, questa mia visione dove vuole andare a parare? Io credo fermamente che un’ apertura potrebbe consentire all’ecosistema informatico commerciale di trovare una nuova linfa e una nuova etica. Il software libero potrebbe al contempo guadagnare in numero di utenti senza per questo perdere i propri valori fondanti.
Assisteremmo inoltre ad una “democratizzazione” del software, dove il volere degli utenti possa davvero avere un peso nella bilancia commerciale.

Il problema a questo punto è: come convincere i produttori software che questa è la strada verso cui incamminarsi veramente? Come convincere i produttori software che un commercio equo può valere più di un commercio tradizionale? Quali incentivi potremmo costruire per facilitare lo sviluppo di applicazioni  native per il nostro pinguino? Quali strumenti potremmo fornire a produttori commerciali per diffondere i propri prodotti? Allo stesso tempo dovremmo cercare di capire come spiegare alla comunità del software libero che aprirsi parzialmente al mercato non significa svendere i valori del software libero. Queste sono sfide di comunicazione, non di sviluppo che però sono molto importanti per la crescita e l’emancipazione di GNU/Linux.

E voi? Cosa ne pensate?

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giugno 23rd, 2008 @ 01:04 PM • Classificato in IMHO • Tags: , , commenti [5]

5 commenti

DoxaliberNo Gravatar said,

Commento • giugno 23, 2008 @ 5:49 pm

Temo che alcuni produttori abbiano ancora poco interesse nei confronti della piattaforma Gnu/Linux, credo inoltre che le aziende abbiano una serie di interessi “incrociati”, quindi difficilmente farebbero lo “sgambetto” a Microsoft offrendo i loro software anche per Gnu/Linux. Il problema quindi non è la piattaforma, ma semplicemente l’interesse commerciale dei produttori.

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NeffNo Gravatar said,

Commento • giugno 24, 2008 @ 12:18 am

@Doxaliber

Non voglio dire che le motivazioni da te portate non siano valide, ma leggendo diversi articoli su internet la mia impressione è che comunque il “fattore politico” non sia poi così dominante.
Dalle numerose testimonianze che ho avuto modo di leggere, emerge che in primo luogo le softwarehouses come ad esempio Adobe non siano interessati a GNU/Linux per una semplice questione di massa critica. Un secondo eterno problema sembra essere quella della “fiducia” nel mercato linux. Infine il terzo ostacolo sembra essere la difficoltà nel determinare uno “standard” in GNU/Linux. La pacchettizzazione è sempre un fenomeno frenante.

Come risolvere i problemi non è al momento chiaro, ma secondo me prima di risolvere i problemi occorre una visione.

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David BernoNo Gravatar said,

Commento • giugno 24, 2008 @ 2:25 pm

Come spiegavo in questo articolo, a volte anche le applicazioni proprietarie servono, se di open non ve ne sono.
http://pollycoke.net/2008/04/30/gestione-condominiale-con-linux/
Bye
David

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NeffNo Gravatar said,

Commento • giugno 24, 2008 @ 10:21 pm

@David Berno

L’avevo letto quell’articolo…. e mi ero anche chiesto: ma quello non è Salamander, il mio tema grafico per GNOME?? ;)

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David BernoNo Gravatar said,

Commento • giugno 25, 2008 @ 11:01 am

@ Neff
Si, è proprio Salamander. Anche se devo ammettere che ultimamente ho iniziato ad apprezzare il notevole lavoro su KDE4.
Tornando al discorso del business con l’O.S., ritengo che il numero sempre crescente di attività e servizi legati all’O.S., sia in forte espansione. Da qualche tempo trovo (prima erano introvabili) tecnici informatici che sono specializzati solo per Linux (nelle varie distro), sono stato contattato da aziende che mi proponevano server basati su Linux “dipingendoli” come “la massima espressione della tecnologia”. Quindi mi pare proprio che il mercato ci sia, in forte crescita per giunta. Si tratta solamente di rivedere il modo di concepire il mercato, non più legato al prodotto, ma ai servizi correlati.
Bye
David

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