Pirates of Silicon Valley… e tante seghe mentali


Steve Jobs (Noah Wyle) mostra agli “pseudoamiconi” della neonata Microsoft
(Anthony Michael Hall nella parte di Bill Gates, John Di Maggio nei panni di Steve Ballmer e Josh Hopkins in quelli di Paul Allen) il primo prototipo del personal computer del futuro: il Macintosh

Questa sera ho voluto dedicare un po’ dei miei ultimi istanti di libertà prima dell’inizio della temutissima secchiata di preparazione agli esami di Luglio ad un film-documentario sulla storia di Apple e Microsoft, un lungometraggio ampiamente romanzato ma basato sulla vera storia di Steve Jobs e Bill Gates alle prese con le loro prime avventure nella Silicon Valley, di cui diventeranno ai giorni nostri i veri e propri imperatori. Il film, girato nel 1999 dal regista Martin Burke dipinge in modo assolutamente avvincente le personalità dei due strateghi dell’informatica più famosi al mondo, mostrando la loro pazzia e genialità e senza risparmiare allo spettatore ampie vedute sul loro “lato oscuro” sul quale il mondo ovattato delle PR, del Marketing e della storia scritta dai vincitori, finisce spesso di glissare.

Devo dire di essere rimasto piacevolmente sorpreso da questo film destinato alla TV e devo dire che è servito – pur cercando di non farmi condizionare dal “romanzamento” della storia – a disilludermi un po’ da quella che era la mia visione del mondo dell’informatica, dei geni della Silicon Valley, delle loro aziende e del loro successo. A dire il vero, non posso nascondervi che aver conosciuto questa versione dei fatti, abbia un po’ deluso quel che rimaneva del mio sguardo idealista sul progresso e sul mondo dell’industria informatica delle origini. Forse sono sempre stato un ingenuo, ma davvero ho spesso sperato e creduto che in principio, quando il concetto di Personal Computer iniziò a fare capolino nella storia, passione e talento fossero stati davvero i motori di quella innovazione destinata a cambiare per sempre la storia del terzo millennio.

L’immagine che invece il regista di questo film ci trasmette è quella di uno Steve Jobs accecato dal proprio io e dalla propria visione del futuro, disposto a qualunque cosa pur di raggiungere il proprio obiettivo e di un Bill Gates, incapace programmatore ma astuto manipolatore, capace di trasformare un meeting apparentemente “innocuo” in un business che lo renderà in breve tempo l’uomo più ricco del mondo.

Certamente, come ho detto, le cose probabilmente non stanno così al 100%: per me lo Steve Jobs rappresentato in questo film assomiglia fin troppo ad un dittatore “baffetto” senza scrupoli ne morale, e Bill Gates nella parte di un nerd quasi-tredicenne ma già “bastardo fino al midollo”, sembra un po’ troppo “confinato” nelle parti del genio del Male che vuole distruggere la Terra.

Tuttavia, se consideriamo questi fattori e li valutiamo col giusto peso – ovvero come interpretazioni del regista che ha voluto mettere in evidenza in particolare questi aspetti dei due personaggi – il film non è male e aiuta davvero a scrollarci di dosso l’immagine semplificata e rabbuonita che troppo spesso la pubblicità vista su internet (vedi i vari Mac World, e i diversi Talk Show in cui abbiamo visto impallidire Zio Bill per l’ennesima schermata blu) tende a mostrarci.

Il mercato dell’informatica, per quanto avvincente ed interessante, non è diversa da tutti gli altri business e non bastano due geni visionari a far rigare dritto un settore tanto orientato al progresso. Quando gli affari ci mettono il naso, tutto può corrompersi e diventare guerra, furto, disumanizzazione ed alienazione. E con questo non voglio passare per il solito comunista mangia bambini. Non c’è nulla di male – per l’amor di dio – nel mercato in quanto tale: esistono business eticamente corretti e il problema non è tanto a mio parere il “fare affari” ma farli lealmente, senza quindi farsi una guerra all’ultimo sangue, senza per forza passare sui cadaveri delle persone che in questa guerra combattono sul terreno, come gli impiegati o la stessa figlia “non riconosciuta” di Steve Jobs rappresentati nel film.

Questa pellicola televisiva mi ha fatto riflettere sul ruolo dell’idealismo nell’informatica. Noi sostenitori del software libero molto spesso tendiamo a giudicare noi stessi come paladini del progresso e dell’innovazione, e a vedere nel software prodotto nelle comunità libere e spontanee la risposta a questa visione cinica e “aziendalizzata” dell’informatica. Per noi il software prodotto è pura passione, divertimento, desiderio e crediamo che il fatto che tutto quel che facciamo sia di tutti ci permetta di rimanere in parte “puri” di fronte alla tentazione di “fregare il prossimo” e far soldi a scapito di altri.

Ma sarà davvero così? Intendiamoci: non ho dubbi che gli ideali ispiratori del free software siano stati in origine proprio questi: condivisione, divertimento, crescita comune, progresso. Tuttavia la commercializzazione di Linux, e l’affacciarsi del freesoftware al mondo delle grandi imprese, riuscirà a non corrompere questi ideali? Quel che succede in questi mesi con Novell e le altre quattro aziende “del demonio :) potrà essere considerato in futuro un semplice inciampo nel percorso di crescita introdotta dal free software? Ovviamente spero proprio di sì ;) ma Pirates of Silicon Valley mi ha ricordato oggi che nulla è mai quello che sembra e che è bene guardare criticamente alla realtà sempre e comunque. Gli eroi purtroppo difficilmente valicano i confini del nostro mondo, ed è importante saper osservare con disincanto al di là dell’immagine che i media ci danno di certi personaggi. Non siamo di fronte ad una storia a fumetti, i contorni della genialità, della bontà o della cattiveria non sono mai chiari e nitidi e per vederci chiaro ed evitare di rimaner “ipnotizzati” dalle immagini che ci provengono dall’esterno conviene tenere all’erta e ben attivo il cervello.


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giugno 11th, 2007 @ 01:49 AM • Classificato in IMHO • Tags: , , commento [1]

1 commento

mjfoxNo Gravatar said,

Commento • settembre 29, 2007 @ 12:28 am

Bel film…però ci vorrebbe una seconda parte post 1997, sono cambiate molte cose.

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