L’era pre-Macintosh

Il primo di aprile Apple Computer ha festeggiato i trent’anni dalla sua nascita, occasione per riportare alla memoria i suoi primi anni di vita e i capostipiti del Mac

Trent’anni fa due ragazzi tanto diversi ma, ognuno a modo suo, molto intraprendenti, si preparavano a scrivere un’importante pagina della storia dell’informatica. Stiamo parlando di Steve Wozniak e Steve Jobs, che nel garage di quest’ultimo, il primo aprile del 1976, fondarono Apple Computer.

Il nome scelto per la società cela ancora un velo di mistero: qualcuno l’attribuisce alla passione per i Beatles, la cui casa discografica è Apple Corps (un nome che ha portato le due Apple a scontrarsi in tribunale), altri ad un precedente lavoro di Jobs presso una fattoria dove venivano coltivati alberi di mele, altri ancora – più semplicemente – al frutto preferito dai due Steve. Una breve storia di Apple l’abbiamo già raccontata due anni fa, in occasione del ventennale dalla nascita del Macintosh, ma il Mac arrivò “solo” nel 1984, e prima d’allora Apple aveva già messo in commercio altri computer.

Il primo fu Apple I, progettato in un anno di lavoro da Wozniak: Jobs ne comprese le potenzialità e insistette per la sua messa in vendita. Il processore scelto per l’Apple I fu il MOStek 6502 da 1 MHz, rivale dell’8080 di Intel montato sulla maggior parte dei personal computer dell’epoca. Inizialmente, quando fu presentato al celebre club di hacker Homebrew Computer Club, il computer di Wozniak non riscosse molto successo. L’Apple I venne comunque venduto al dettaglio con buoni risultati per l’epoca (circa 200 esemplari), soprattutto considerando il fatto che la tastiera era venduta separatamente, e non esisteva alcun case (chi ne voleva uno, se lo doveva costruire da solo, tipicamente in legno): praticamente ciò che era stato messo in vendita era solamente la scheda madre, al prezzo di 666,66 dollari, alla quale si dovevano aggiungere anche un alimentatore e un display (per quest’ultimo era sufficiente un televisore). Sulla scheda c’erano 32 KB di RAM, “hackerabili” a 64 KB, nessuno slot o porta di espansione, e una capacità video che consentiva di gestire 24 righe da 40 caratteri.

L’Apple I fu ritirato dal mercato l’anno successivo, quando venne introdotto l’Apple II. Basato sullo stesso processore, l’Apple II aveva finalmente un case in plastica beige, la capacità di gestire grafica in 6 colori (280 x 192 pixel), un altoparlante incorporato, e la possibilità di espandere la memoria; inoltre aveva una ROM da 12 KB che ospitava il linguaggio Basic, consentendone così la programmazione anche ai meno esperti. L’Apple II si poteva collegare a stampanti e modem, e utilizzava come sistema operativo il DOS.

L’Apple II veniva venduto a poco meno di 1.300 dollari, che per l’epoca non erano noccioline, ma l’apprezzamento fu tale che rimase in vendita fino al 1980 ed una sua versione aggiornata, l’Apple II+, fu commercializzato fino al 1983. L’Apple II+ era sostanzialmente identico al suo predecessore, ma costava un centinaio di dollari in meno, e nella ROM aveva una nuova versione di BASIC che consentiva di eseguire anche calcoli in virgola mobile. Questo BASIC era uno dei primi software sviluppati da una nuova software house di cui in seguito si sentirà parlare fin troppo: Microsoft.

L’Apple II fu una macchina di grande successo che, a cavallo tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80, raccolse molti consensi ed una folta schiera di appassionati. Nello stesso periodo Apple propose anche l’Apple III e il III+, macchine decisamente più potenti delle precedenti ma molto meno fortunate, complice una lunga serie di problemi che affliggevano la prima serie e un prezzo sicuramente meno abbordabile, compreso tra i 4.300 e i 7.800 dollari.

L’Apple III montava una CPU 6502A da 2 MHz e ben 128 KB di RAM (256 KB nelle versioni successive); era dichiaratamente un computer per l’ufficio (da cui il prezzo elevato) ed utilizzava un sistema operativo chiamato SOS (Sophisticated Operating System). La sua potenza gli permetteva di emulare la maggior parte del software scritto per l’Apple II, ed oltre ad avere una grafica “ad alta risoluzione”, includeva un floppy drive da 5,25″. Lo scarso successo di questa macchina indusse Apple a rilasciare successive revisioni a prezzi più bassi, poco al disotto dei 3.000 dollari. Nonostante ciò, l’Apple III fu ritirato solo nel 1985, dopo il lancio del primo Mac, ma non fu l’unica macchina di Apple a convivere con i primi modelli di Macintosh.

Nel 1983, un anno prima dell’uscita del Macintosh e dopo cinque lunghi anni di progettazione, Apple presentò Lisa, il primo personale computer ad utilizzare un’interfaccia utente grafica e un mouse. Lisa montava un Motorola 68000 a 5 MHz con indirizzamento a 16 bit, aveva 1 MB di RAM, due floppy drive da 5,25″, un hard disk da 5 MB e un monitor integrato da 12″ monocromatico.

Il sistema operativo che equipaggiava la macchina, LisaOS, era molto promettente: all’epoca era già dotato di multitasking e memoria virtuale. Il prezzo esorbitante, che sfiorava i 10.000 dollari, rese tuttavia Lisa una macchina destinata a pochi, e il suo destino fu definitivamente compromesso l’anno successivo, quando venne presentato il Macintosh. Ad un prezzo molto più popolare (circa un quarto di quello di Lisa), il nuovo computer di Apple offriva funzionalità molto simili a Lisa, pur essendo molto meno potente. Apple cercò di risollevare le sorti di Lisa proponendo nuove versioni con dotazioni maggiori e prezzo dimezzato, ma la strada era ormai segnata: il Mac era uscito dallo scontro “in famiglia” come il vincitore. Una vittoria sottolineata dal fatto che nel 1985 Lisa venne ribattezzato MacintoshXL e dotato di un emulatore che lo faceva funzionare come il suo fratello più fortunato. L’anno successivo Lisa venne definitivamente ritirato dal mercato.

Dopo i clamorosi insuccessi dell’Apple III e di Lisa, con il Mac Apple sembrava aver finalmente ritrovato “la retta via”. Nonostante questo, il Macintosh restava un computer piuttosto costoso, tanto che Apple continuò a produrre in parallelo nuove versioni della sua macchina più fortunata, l’Apple II: fu così che a pochi mesi di distanza dalla presentazione del Mac, venne rilasciato l’Apple IIc. Dotato di processore 65C02, che nella versione IIc+ del 1988 arrivava a 4 MHz, aveva una buona dotazione di RAM (128 KB montati sulla scheda madre, espandibili fino ad 1 MB) e un floppy drive da 3,5″. L’Apple IIc rappresentò a tutti gli effetti la prima macchina portatile di Apple: si trattava infatti di un computer compatto con tastiera integrata e maniglia per il trasporto. Il sistema poteva essere collegato ad un qualunque televisore o ad un normale monitor, ma Apple mise in vendita anche un piccolo display a fosfori verdi che rendeva il computer completamente autonomo, a parte la necessità di collegarlo ad una presa di corrente (visto che non era dotato di alcuna batteria). Il sistema operativo fornito con l’Apple IIc era il ProDOS, una versione potenziata del DOS 3.3.

Questa macchina rimase in vendita, con diverse varianti, fino alla fine del 1990, mentre nel 1986, sulla scia del successo del Mac, fu lanciato anche l’Apple IIgs, un computer che segnava definitivamente il passaggio verso i nuovi sistemi operativi ad interfaccia grafica. Il gs aveva un sistema operativo realizzato ad hoc, con un’interfaccia identica a quella del Macintosh ma con l’aggiunta del colore (4 bit a 320 x 200 pixel, oppure 2 bit a 640 x 200 pixel). Su questa macchina era possibile montare anche una controller SCSI, che già era di serie su tutti i Mac usciti nello stesso anno. L’Apple IIgs rimase in vendita fino alla fine del 1992 e, nonostante il discreto successo di questa macchina, dall’anno successivo alla sua presentazione Apple abbandonò questa linea di prodotti e diventò sinonimo di Macintosh: nel 1987 venne presentato il Macintosh II, il primo Mac a 32 bit dotato di processore Motorola 68020.

Il resto è storia recente, o comunque maggiormente conosciuta ai più, e quello che ci riserverà il futuro, dopo lo storico passaggio di Apple ad Intel, è ancora tutto da scoprire. Chi volesse recuperare maggiori informazioni sulla storia dei computer prodotti da Apple, può fare riferimento a www.maclovers.com, www.tevac.com/applehistoryitalia e ovviamente Wikipedia. Gli utenti che vogliono provare il brivido di utilizzare queste prime macchine, possono invece provare alcuni degli emulatori descritti in questo sito.

Di D. Galimberti – tratto da punto-informatico.it

aprile 3rd, 2006 @ 08:52 PM • Classificato in NEWS • Tags: , Nessun commento

Nei Mac pulsa il TPM

Roma – Prima di iniziare a scrivere questo articolo ho controllato la documentazione ufficiale sul sito di Apple. Le schede descrittive dei nuovi Mac, sia portatili che da tavolo, non riportano ancora nessun cenno alla tecnologia Trusted Computing. Anche la ricerca dei termini Trusted Computing, TPM e Infineon all’interno di www.apple.com restituisce 0 risultati.

Questo non dovrebbe sorprendere, visto che Apple sembra avere messo in atto da almeno due anni una precisa strategia di segretezza riguardo a questo scottante argomento. Ad esempio, quando sono stati forniti ai primi programmatori MacIntel i loro kit di sviluppo (dei normali PC debitamente modificati ed il relativo software), è stato imposto loro di firmare un apposito NDA (Non-Disclosure Agreement) che vietava loro di divulgare qualunque informazione a questo proposito. Solo pochi giorni fa, Apple ha chiesto ed ottenuto che venisse chiuso un sito web (Win2OSX) colpevole di avere fornito informazioni utili a crackare il Fritz Chip (TPM) che viene utilizzato per impedire installazione di Mac OS X sui comuni PC. Nello stesso momento, Apple è anche riuscita ad ottenere che venissero eliminati i link che da alcuni siti americani, come http://www.osx86project.org/, mandavano al sito di Maxxuss, l’hacker responsabile del crack. Insomma, sembra che Apple abbia deliberatamente scelto la via della security-through-obscurity, anche se questo approccio alla sicurezza è notoriamente fallimentare (come dimostrano i ripetuti crack di Maxxuss).

Ma come stanno effettivamente le cose? I nuovi Macintosh su architettura Intel sono da considerarsi delle macchine Trusted Computing a tutti gli effetti? Questa tecnologia viene usata solo per impedire l’uso di Mac OS X sui comuni PC o viene usata anche come fondamento per nuove tecnologie di controllo (DRM e simili)? Come è possibile che una tecnologia ritenuta da molti osservatori del tutto inviolabile sia stata crackata 3 o 4 volte in un anno? I nuovi Mac differiscono dai comuni PC solo per la presenza dei TPM od anche per altre caratteristiche? A dispetto della politica di segretezza di Apple, è abbastanza facile rispondere a queste domande.

Alla prima domanda, possiamo rispondere in questo modo: “sì” e “no”. I Mac basati su architettura Intel fanno effettivamente uso di un Fritz Chip (più esattamente un TPM 1.2 di Infineon) per impedire che il sistema operativo Mac OS X venga installato abusivamente sui normali PC. La presenza dei TPM sui MacIntel è ampiamente documentata sia dai siti di alcuni sviluppatori che dalle schede descrittive di alcuni distributori Apple ed è quindi fuori di dubbio. I nuovi MacIntel devono quindi essere considerati macchine Trusted Computing a tutti gli effetti, anche se il sistema operativo ed il software applicativo ancora non utilizzano le funzionalità offerte da questa tecnologia.

Si può rispondere facilmente anche alla seconda domanda: le funzionalità offerte dal TPM, in questo momento, non vengono usate per nessun’altra applicazione o, quanto meno, non se ne ha notizia. Ad esempio, non vengono sfruttate né per proteggere dalla copia abusiva il software applicativo (Quark Xpress, Adobe Photoshop etc.) né per proteggere dalla copia abusiva i contenuti multimediali (Film o musica comprata su iTunes). Questo però non vuol assolutamente dire che questo non succederà mai.

Come abbiamo già detto, i nuovi MacIntel sono macchine Trusted Computing a tutti gli effetti. Il TPM Infineon che montano sulle loro motherboard è un Fritz Chip perfettamente funzionante. A dispetto di quello che si dice in alcuni circoli, questo chip non è “castrato” in nessun modo.

Anche il supporto software fornito da Mac OS X è più che sufficiente per usare la sottostante piattaforma hardware per tutti gli scopi per cui è stata creata (e, in ogni caso, sostituire il software è sempre possibile). Di conseguenza, l’attuale libertà di cui godono gli utenti Apple è solo l’effetto di una scelta deliberata di Apple e dei produttori di software e di contenuti. Non c’è nulla, né a livello hardware né a livello software, che impedisca a queste aziende di cambiare idea nel prossimo futuro.

Il fatto che Apple non stia sfruttando a fondo le possibilità offerte dal TPM ci permette anche di rispondere alla terza domanda. Infatti, è proprio l’uso limitato delle funzionalità Trusted Computing che spiega perchè questo tipo di protezione sia già stato violato almeno tre volte da quando Mac OS X per Intel è stato reso disponibile.

Il punto su cui bisogna focalizzare la propria attenzione è quello dell’identità: Mac OS X si limita a verificare la presenza del TPM, di qualunque TPM. Per questo è sufficiente emulare via software un TPM generico per ingannare Mac OS X e fargli credere di trovarsi su un prezioso MacIntel portatile da oltre 2000 euro mentre in realtà sta girando su un miserabile PC cinese da 900 euro acquistato in saldo alla Coop. Se Mac OS X si prendesse la briga di controllare che il TPM sia un vero TPM, e non un emulatore software, questo attacco non potrebbe funzionare.

Molto probabilmente, Apple ha deciso di non fare una verifica così approfondita sulla reale identità del TPM per ragioni “politiche”. Per controllare che un certo TPM sia proprio il TPM di un vero MacIntel, e non un emulatore software od il TPM di un comune PC, è necessario rilevare il suo identificatore univoco (la Endorsement Key) e confrontarlo con quelli dei TPM prodotti da Infineon per Apple. Le Endorsement Key dei TPM devono quindi essere memorizzate al momento della produzione in un apposito database centrale (che deve essere mantenuto inaccessibile ai cracker). In seguito, Mac OS X deve effettuare un confronto di qualche tipo con il contenuto di questo database, presumibilmente grazie ad una connessione ad Internet. Apple deve avere pensato che pretendere che gli utenti si collegassero ad Internet e si lasciassero identificare in questo modo, palesemente in contrasto con qualunque logica di privacy, fosse eccessivo e politicamente pericoloso. Si può solo apprezzare la saggezza di questa decisione.

Questo però ci porta ad un’altra considerazione: se Apple manterrà la sua decisione di non memorizzare le Endorsement Key dei TPM montati sulle sue macchine, dovrà aggiungere qualche altro elemento hardware proprietario ai MacIntel per impedire che Mac OS X venga installato sui PC. A partire dal 2006, infatti, praticamente tutti i PC prodotti nel mondo monteranno il loro bravo TPM e saranno quindi indistinguibili dai MacIntel. Questo ci permette di rispondere anche all’ultima domanda: in questo momento i MacIntel differiscono dai comuni PC solo per il TPM ma difficilmente questa situazione potrà restare immutata a lungo.

Se Apple deciderà effettivamente di inserire qualche altro elemento di differenziazione nella architettura dei MacIntel sarà molto, molto difficile sostenere che il TPM è stato inserito nella nuova architettura hardware di Apple solo per impedire l’installazione di Mac OS X sui PC. A quel punto diventerà chiaro che il TPM non serve assolutamente a questo scopo e la sua presenza è dovuta, in realtà, al desiderio di usare le potenzialità del Trusted Computing per la costruzione di sistemi DRM di seconda generazione. iTunes, da solo, giustificherebbe completamente questa scelta.

In conclusione, i nuovi Mac sono sicuramente delle Rolls-Royce, degne della migliore tradizione Apple, ma sembra che le chiavi di queste meraviglie stiano già scivolando dalle mani del fortunato cliente a quelle di qualcun altro.

articolo di Alessandro Bottoni
http://laspinanelfianco.wordpress.com/

tratto da: punto-informatico.it

febbraio 25th, 2006 @ 01:32 AM • Classificato in NEWS • Tags: , , Nessun commento
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